Quando Nolan ha affermato che avrebbe realizzato un altro film dopo Oppenheimer, la sensazione che ho provato è stata quella di dover attendere l’apoteosi del cinema contemporaneo. Dopo Oppenheimer, con il magistrale Cillian Murphy, cos’altro avrebbe potuto creare Nolan di così tanto speciale?
Era possibile percepire persino un rischio nel bivio: produrre un capolavoro superiore al precedente oppure realizzare qualcosa che, dopo una prima ondata di entusiasmo, sarebbe vissuta in sordina dopo l’estremo successo.
Nolan, invece, ha trovato un’altra via. Una via concettuale, oltre che immaginifica, per rendere immortale persino questa pellicola. Nolan ha mostrato l’Odissea come la continuazione intellettuale di Oppenheimer.
Abbiamo visto in Oppenheimer la storia di un uomo che, pur di manifestare il proprio genio, l’ha donato all’industria della guerra. I temi sono il pentimento e l’angoscia, il rimorso e l’autocondanna ad essere “distruttore di mondi”. Guardando l’Odissea mi aspettavo che la tematica pregnante fosse il viaggio, come di consueto per ogni precedente produzione cinematografica e televisiva del poema omerico. Invece, quel che ho colto è stato un conseguente prolungamento del sentimento con cui si è concluso l’ultimo film del regista.
Attenzione: da questo momento l’articolo contiene spoiler completi sul film. Se non l’avete ancora visto, vi consiglio di interrompere la lettura e tornare qui dopo la visione.
L’Odissea è senz’ombra di dubbio un prequel di Oppenheimer. Il fil rouge tra le due trame è la crisi di un uomo consapevole che il proprio ingegno, adoperato nella guerra, abbia segnato la fine di un’epoca tramite la distruzione, consegnando al mondo un’arma e un’apertura verso il dissacramento degli dèi e della vita stessa.
Ma andiamo con ordine.
Proprio quello che Nolan non tollera nella presentazione delle sue storie.
Il film si apre mostrando il finale: Telemaco accoglie un mendicante al banchetto dei Proci nel suo palazzo, onorando la Legge di Zeus che essi dissacrano. Successivamente, vediamo un Ulisse anziano, disperso nella memoria, che tenta di resistere al torpore dei fiori di loto forniti da Calipso. Egli tenta di ricordare chi è davvero e cosa si è lasciato indietro, ma a fatica.
Da questo momento in poi, tutto il viaggio omerico diviene racconto, se non un tranello del regista-narratore di ricostruire i pezzi di un arazzo disfatto nottetempo. È l’eroe mitico a ricucire insieme le maglie —quando la devota Penelope lo disfa— ma siamo noi spettatori a dover collegare le immagini e i motivi, mostrati con dovizia nella successione sullo schermo, per comprendere il perché dell’allungarsi del viaggio e, dunque, del ritorno a casa. Ma tutto ciò non è un adattamento fuori luogo: lo stesso poema omerico si apre in medias res.
Nolan ha sempre fatto della trasversalità del tempo la sua matrice creativa. In lontananza, in film come Memento, questa prassi era necessaria quasi esclusivamente a proporre la trama e a impersonare il protagonista dalla memoria a breve termine. Anche qui è evidente il collegamento con la memoria, o la smemoratezza, cara anche a Matt Damon nella saga di The Bourne Identity, il cui protagonista deve ricostruire la propria identità perduta.
Nel caso dell’Odissea e degli ultimi lungometraggi del regista, la scomposizione del tempo è una tecnica narrativa necessaria a dar profondità a un concetto che altrimenti non troverebbe la stessa pregnanza. Così, in una sequenza di immagini e racconti altamente tensivi, comprendiamo che lo stesso Ulisse abbia in qualche modo procrastinato il suo ritorno perché, ponendo sé stesso al di sopra degli dèi, si percepiva colpevole di aver generato l’idea del Cavallo di Troia, e responsabile delle brutalità commesse dai suoi uomini durante l’assalto alla città inespugnabile.
L’unica dea presente nella storia, manifesta unicamente nelle visioni di Ulisse, è Atena. Le sue risposte sono vaghe, motiva gli accadimenti attraverso la contemplazione del creato, e spinge l’eroe ad abbandonarsi al proprio destino invece di continuare a porsi al di sopra degli accadimenti.
Egli non può controllare il mare che lo ha fatto naufragare, perché è Poseidone che lo muove. Egli non avrebbe potuto domare il fuoco che ha incendiato Troia, caduta per volere degli dèi. Non avrebbe potuto nemmeno salvare i suoi uomini dalle loro stesse azioni, nonostante egli fosse al comando. Il libero arbitrio diviene un lasciarsi andare e un lasciare andare, e gli dèi non sono altro che le forze che muovono ciclicamente e con forze extra-umane le vicende della Terra.
La storia di Telemaco e Penelope si incentra sul passaggio del testimone del trono di Itaca. Si attende il re: che Ulisse varchi la soglia di casa o che se ne proclami uno nuovo. I Proci sono l’esempio lampante del decadimento della Legge di Zeus: l’ospitalità che non deve essere disattesa, eppure brutalizzata dalla tracotanza umana.
Sono i Proci a dire che Itaca necessita di un re per ritenersi pronta ad affrontare i Popoli del Mare, i barbari che razziano le isole e dissacrano il divino. Ed Antinoo, codardo e sadico, è disposto a provocare e a uccidere Telemaco, la progenie del vecchio re disperso, per impadronirsi del trono.
È proprio lui, Antinoo, interpretato da un Pattinson impeccabile nel ruolo, a rappresentare il disfacimento ultimo dell’Età del Bronzo. E c’è una linea sottile che collega la sua codardia all’inizio della Guerra di Troia e alla chiamata alle armi di Agamennone.
Quest’ultimo, re supremo, è un’imponente armatura nera, come un uomo che indossa il mantello della Morte stessa. Non si vede in volto, e suppongo rappresenti la smania di potere dell’uomo disposta a compiere sacrifici estremi e ripugnanti per la conquista dell’oltre. Uccidere la piccola figlia, di fatto, è un sacrilegio che gli impone il tradimento e l’assassinio da parte della moglie Clitemnestra. Da ricordare che persino i greci e i loro dèi disprezzavano il sacrificio umano.
Agamennone, Ulisse e i suoi uomini, come i restanti veterani di Troia, sono i primi a insultare la Legge di Zeus regalando un segno di pace ai nemici. L’inganno non è che l’origine di un’onda che travolge le popolazioni dell’Egeo e che dà vita al mito dei terribili Popoli del Mare, i quali non temono l’ira degli dèi. La scusa di Antinoo per incedere nei suoi piani crudeli.
Tuttavia esiste una speranza. Appare assieme a Ulisse che si abbandona al mare per naufragare finalmente su Itaca.
Con Atena che si svela essere la proiezione del senso di colpa per aver dissacrato persino un tempio e averne decapitato la sacerdotessa e la statua della dea.
Con il Cavallo di Troia che, al termine, prende fuoco, richiamando l’oscillazione finale della trottola di Inception.
Telemaco è la speranza e viene incoronato, con l’esilio di Ulisse e Penelope verso ovest per onorare i morti non sepolti secondo le leggi, dell’inizio di un nuovo ciclo per l’essere umano, di una nuova età in cui ci si dimenticherà dei propri errori, prima per rifiorire e poi per compierli di nuovo. Come a distanza di secoli, nella realtà di Oppenheimer.


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