Internal Fiction #2

Saturno in Ariete

Questo testo è il continuo di “Break on through to the other side – Internal Fiction #1″. Il seminterrato citato nel testo è un luogo fisico descritto nell’articolo precedente: un semplice corridoio buio che si apre di fronte alle porte dell’ascensore al piano -1 dello studio di uno psichiatra.

C’è un quadro di Goya appartenente alle sue Tele Nere che mi ha sempre disturbata più degli altri: “Saturno che divora suo figlio”.

È una figura che massacra l’occhio di chi guarda: macilento e vecchio, disumano e grottesco, dagli occhi sgranati su una opprimente oscurità dell’anima che ha già divorato ogni brillio di raziocinio.

Quando guardo nel corridoio buio del seminterrato, la sensazione che mi tocca è la stessa di quando vidi per la prima volta questo quadro. Allora aspetto col cuore in gola che le porte dell’ascensore si richiudano, ma non sono veloci quanto la mia mano che volta la pagina dell’antologia pittorica di Goya.

A questo punto, la più intuitiva delle psicanalisi, direbbe che ho dei problemi con mio padre. Non nego, non confermo, perché non è costruttivo ricamare su una semplice immagine. Voglio solo raccontare cosa accade dentro la mia mente nel frangente in cui le indolenti ante dell’ascensore si chiudono, in una lentezza tale da poter fermare il tempo.

Il mostro —questa bestia che di saturnino ha perso ogni fattezza divina— corre su quattro zampe nella mia direzione, ed è rabbioso. Ne è umana solo la radice dell’aspetto, attorno al quale è cresciuto il tumore del ferino. Sono inerme e immobile davanti a lui: non posso fermarlo e, sarò sincera, so di meritare che mi azzanni il collo e che mi sconquassi come un misero pezzo di carne dato in pasto a un orso affamato.

Io, però, divento allo stesso tempo vittima e spettatrice dell’evento, dal momento in cui i suoi denti fanno toc contro le mie ossa. Si avventa su di me, affonda i denti e agita la testa strappandomi la spalla e un arto. Resto immobile, non piango, non sussulto, i miei occhi sono vacui come quelli di un manichino. E altrettanto faccio dal pubblico.

Da una pedana osservo il martirio, con le mani incrociate dietro la schiena e occhio analitico, per trovare il nesso della live art in cui sono incappata senza ragione né sorta, durante una giornata di pigre camminate domenicali nel centro.

Saturno mi cannibalizza, Saturno mi istruisce.

“Non è un caso che io abbia Saturno in Ariete in Decima Casa, congiunto al Nodo Lunare Sud, in trigono col mio Sole di nascita e Plutone” mi dico, cercando di trovare una descrizione, una ragione, una definizione da enciclopedia astrologica pur di non penetrare nel quadro.

È un Saturno animale e prorompente, che mi carica appena faccio ingresso nel mondo esterno, la cui paura è tanto interiorizzata da mostrarsi come un corridoio buio dove viene partorito l’ignoto. Ed è atavico, persino karmico: talmente radicato nel mio io da considerare necessario di essere data in pasto al furore di un mostro, perché solo così posso espandere la mia mitopoiesi nel mondo.