Casa mia non sta in un “vicolo” ma in un “vico”. Un tempo il problema non si poneva: intorno era tutta sciara, e mio padre diceva che si poteva vedere fino al mare di Catania.
Quando vi hanno eretto i palazzi, grigi, ocra e azzurro stinto, la strada si è ristretta. Ha curvato e si è appropriata passo passo della natura. Incendio dopo incendio, cantiere dopo cantiere, vendesi dopo vendesi.
Non ho mai vissuto la sciara come avrebbe potuto un mio parente delle scorse generazioni. Ma, in barba alle raccomandazioni di mia madre, ho sempre percorso i vicoli che ne costeggiavano i rimasugli. Righe serpeggianti di asfalto, tra un muretto diroccato e una casa, dove a stento passava una seicento d’epoca o magari un carretto. Di tanto in tanto dei cani, la paura più forte di madre. E da lì, percorsa dai brividi della disubbidienza, raggiungevo uno spiraglio di dieci metri a stento, dove finalmente si poteva vedere quella sciara estendersi per ettari, fino ai pini del cimitero. Ed era l’unico momento in cui riuscivo a chiudere il Mio Mostro nell’armadio per starmene da sola per un po’.
Ero adolescente quando scoprii quello spiazzo, e l’orario migliore era sempre il crepuscolo. Il mio piccolo dipinto, una fotografia fatta di blu, indaco e colori rapiti dal nero della sera. Mi ci tuffavo di passeggiata in passeggiata, calandomi nel silenzio, protendendo verso le ultime forme pastellate dalla foschia. Le sclere pizzicate dalle lacrime, per lo sforzo di tenere le palpebre spalancate e colmare gli occhi con l’infinito. Per i tentativi di rivalsa delle furie emozionali che mi avevano spinta ad andare lì.
Non so quante volte tentai di condividere quello spiraglio di sciara con qualcuno. Ed in seguito tanta rabbia e pentimenti.
«Come fai ad amarlo? Puzza di merda di cane.»
«Non ti sporgere, il muretto è pieno di cocci di vetro.»
«Che schifo, la gente lo usa come discarica.»
Non so nemmeno quanti di loro videro realmente la sciara, nemmeno quando ammiccavo, presentandola come “la Mia Siepe”.
Quando tornavo a casa, Mostro mi diceva che avevano ragione: mi stavo illudendo. Esistono Siepi là fuori, nel mondo, che meritano l’onere di un tale nome. Mostro mi spinse ad aprire gli occhi e a guardare la sozzura, a capire che lì non ero al sicuro. Vidi la merda, vidi il vetro e il pericolo e capii di essermi illusa. La Mia Siepe era sporca. Il silenzio che vi trovavo una menzogna. Allora fui costretta ad ascoltare, e quel che sentii non mi piacque.
Sono scappata di casa a diciannove anni. Sin da quando ero piccola, io e Mostro ci dicevamo che avremmo dovuto frequentare una grande accademia: la Sorbona, Oxford, Berkeley. Indifferente il luogo, indifferente la materia. Volevamo prestigio e una carriera elettiva.
Abbiamo colto l’occasione troppo presto, con l’impazienza di fuggire da emozioni impossibili da processare. Il primo biglietto, la prima disponibilità, verso una carriera che non mi interessava, in un luogo sconsacrato dal mio cuore e lontano, lontano, lontano.
A nord, nella Padania, nella nebbia, nel freddo e nella solitudine. Mostro venne con me, anche se io tentai di lasciarlo nell’armadio di casa. Si chiuse in valigia a tradimento e si rannicchiò nella stiva. Prese a vivere nella mia stanza, invisibile ai coinquilini quando con la sua presenza mi corrodeva dentro.
Le sue falangi si inerpicavano sulla mia pelle e praticavano fori nella carne. Raggiungeva le corde del mio cuore per farle risuonare in battimenti, ed ogni cellula e pensiero che mi attraversava si contorceva come in un rito di possessione.
Divenni un demone a mia volta, incapace di togliere lo strumento di mano dall’arpista. Ovunque andassi, ovunque cercassi le Siepi che Mostro diceva che avremmo trovato, risuonava quella melodia sbagliata ed io non trovavo pace. Deprecavo il raro sole che sortiva tra i tetti, mi infastidiva la felicità quando mi roteava attorno, convinta che se l’avessi toccata con mano mi avrebbe bruciata dall’interno, e il suonatore, sedotto dal mio dolore, avrebbe scritto per me una danse macabre.
Decisi di scappare di nuovo. Ma il Mostro —oh, il Mostro— era ormai il mio compagno di viaggio. Così, quando decisi che non ce la facevo più e che volevo tornare a casa, tornò anche lui.
Pensavo dovesse essere roseo andarmene, di nuovo, che avrei trovato altre siepi senza merde di cane disseminate e mondezza che cuoce miasma sotto al sole. Invece, la merda c’era. La portavo io strascicando i piedi da un buco interiore. E dopo giorni di clausura in una stanza cosparsa di ricordi, quando fuori già tutti si barricavano dietro le mascherine, decisi di evadere.
La luce del sole, in Sicilia, è il tetto delle cose. Non c’è scampo, la vitamina D ti assale e ti fa dubitare del tuo malumore. Mostro, indisturbato, mi seguiva a cinque passi di distanza, rimirando e rivoltando i miei pensieri.
Le cose cambiano in fretta qui. Chiudono negozi e ne nascono di nuovi. Le strade si allungano nella sciara, dando acqua ai semi di nuovi cantieri e ricoprendo la terra. E le persone invecchiano, inclusi i miei genitori.
Il sole bruciò uno strato anche dalla mia pelle. Rovinò i tessuti di ghiaccio e rancore, e mi liberò di chili di peso mentale. Camminai fiacca, ma arrivò l’ombra, poi i raggi caddero dietro i palazzi e alla fine il tramonto giunse prima di quanto sperassi.
Nei vicoli stretti il calore si conserva nei massi di pietra lavica, eppure si cammina protetti. Fu un lampo, il ricordo di un vigneto antico a sinistra, un cane che abbaia imperituro dal portone di una casa a destra. Dissi a Mostro che riconoscevo quel posto.
Era quasi sera, non c’era nessuno e forse avevo paura. Potevano esserci cani liberi, cocci di vetro e sporgenze acuminate. Il fetore ristagnava col caldo. In fondo, ma solo lì in fondo, qualche nuova costruzione.
Mi fermai a metà tra quei dieci metri di Siepe sul campo aperto, una lingua di sciara gialla che sibilava al mare. E il silenzio, con le braccia strette al corpo, mi invase ed io divenni furiosa di averlo rinnegato. Ed entrai in estasi per averlo ritrovato.
Il cervello era in contemplazione, in un intermezzo tra un atto e un altro per accordare lo strumento del cuore. E questa volta mi ero scordata di chiudere il Mostro nell’armadio. Lui era a un passo da me, che mi poneva una mano scheletrica sulla spalla e ammirava estasiato l’infinito.
E io sorrisi, confortata da ogni male.


Lascia un commento