Break on through to the other side
Prendo l’ascensore.
Primo piano, piano terra.
Invece, mi ritrovo al piano meno uno.
Una disattenzione mia, quando ho premuto il pulsante.
Eppure non lo razionalizzo subito: vedo di fronte a me un tunnel oscuro, l’imbocco illuminato dalla debole luce del cubicolo.
Il cuore balza. Poi si blocca. Come se fossi stata proiettata in un altro mondo. Un mondo sotterraneo o —pensiero inevitabile— in uno stato allucinatorio della mente.
Ero appena uscita dalla mia prima seduta psichiatrica, allarmata all’idea di sentirmi in dovere di rispettare una ricetta farmacologica per la serotonina.
Mi spaventava, mi urtava da morire. I pensieri —il rimuginare costante— sugli effetti collaterali, sul mutamento che avrei dovuto affrontare, una probabile —prevenuta— dipendenza, che sarebbe scaduta in uno sfacelo. Pensieri che si aggrovigliavano nella macina del mio cervello, occludendolo con la sua già massiccia dose di preoccupazioni. E portando il cuore a mille.
Ma ho guardato dentro quel tunnel nero e ho visto ciò che c’era oltre. L’oscurità più densa, il terrore più crudo, come se qualcosa di mostruoso potesse saltarne fuori per affondarmi i canini nella carne. Condensazione delle angosce che sono sempre state il mio pane quotidiano.
L’ho fissato a lungo e, invece di un mostro, ho colto la mia depressione. Così ho premuto il pulsante zero e ho deciso di seguire il trattamento.
Oggi, due mesi dopo, ho rivisto lo psichiatra. Ed è tutto regolare.
Alla fine della seduta ho deciso di tornare al piano meno uno per scrutare ancora nell’abisso. Questa volta per guardarlo davvero e stringere tra i denti l’idea di poterlo affrontare.
Sfrigolava, il corpo, nell’attesa. Il cuore non più tramortito ma dispensatore di adrenalina. Quando le porte si sono aperte, però, il tunnel era illuminato e si è rivelato un corridoio di pietra perimetrato da porte. Cantine del palazzo.
A un tratto sentii un rumore ritmico e potente. Inspirai allargando le narici e fremendo, con la speranza irrazionale di cogliere finalmente il mostro.
Invece si accavallarono altri colpi sulla pelle di un tamburo e qualcuno cominciò la sua esercitazione alla batteria nello scantinato.
Premetti il pulsante zero e me ne andai.
Era, ed è, tutto regolare.


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