“Era forse uno dei giorni più brutti della mia vita, e me ne andai a piangere in spiaggia, sulla riva del mare. Tutt’intorno correvano dei corpi pieni di vita, urlanti e ignari della mia esistenza. Sembrava che non me importasse niente della loro indifferenza, eppure mi infastidiva. Mi faceva incazzare il fatto che mentre io trattenevo tutto dentro loro erano felici e si stavano godendo la fine della giornata. Mi chiedevo: se una donna, un bambino o un qualsiasi assennato avesse urlato alla vista di un improvviso morto fluttuare fra le acque, chi se ne sarebbe interessato, considerandolo anche solo una breve epopea che la natura ha donato loro per fargli misurare con finto assenso il dramma della vita?
La spiaggia, man mano che il sole calava nel mare, si liberava, e all’orizzonte, dove la terra cercava di incontrare le increspature dell’acqua, un padre guidava il figlio su un promontorio. Le loro forme scure tratteggiate dalla luce mi fecero pensare, e allora capii il motivo per cui ero arrivata fin lì: per trovare pace. Nessuno voleva una tragedia, nessuno voleva sentirsi vittima o scagliare una pietra verso il mondo; eravamo in stand-by, come se il mare ci permettesse di sparire dentro di esso e la sua aura per qualche ora, e di purificare i nostri spiriti da ogni sorta di pregiudizio.
Il sole si nascose dietro una stretta fascia di nubi rosee, e rosea divenne l’aria con la lucentezza del bagnasciuga. Ogni modifica nella posizione delle nuvole avrebbe permesso la nascita di nuovi colori finché il sole non sarebbe piombato nell’oscurità del mare, di un mare che in quel momento era mercurio liquido capace di inghiottire qualsiasi sostanza, vivente e non, osante vestirsi di esso. Era forse un bel dono tutta quella vita, tutta quella forza che mi si scagliava davanti, e la comprensione di una confusa linea di sentimenti aventi forse a che fare con tutto quello che era in quel momento, ovunque e comunque. Era forse uno dei più bei giorni della mia vita.”


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