Racconto vincitore del Premio Oblivion 2025
Ogni tanto, oltre a parlare di storie, provo a raccontarne una.
Questo racconto nasce da una domanda semplice e terribile: cosa succede ai mostri dell’infanzia quando la realtà diventa più spaventosa di qualsiasi incubo?
Con questo testo ho avuto la fortuna di vincere la prima edizione premio letterario Oblivion, nella categoria “Miglior racconto a carattere sociale, politico e militante”.
Oggi lo pubblico qui, perché in fondo è anche una delle storie che rappresentano meglio il percorso che sto cercando di costruire su Tacet.
Buona lettura.
Naima conosceva quella sensazione: l’oscurità che ti schiaccia contro il letto, la voglia di urlare che ti si accartoccia in gola. Papà lo chiamava Wahsh al-Nukta, il Mostro dello Scherzo, perché le faceva credere che l’avrebbe divorata in un sol boccone, ma dopo due secondi svaniva e Naima si svegliava impaurita e con la voce di nuovo in gola. Naima, però, non aveva più un letto da un sacco di tempo e Wahsh al-Nukta, come papà, non si era più visto.
A Gaza, nella tenda degli sfollati, Naima non dormiva mai. Il tempo in cui rimaneva sveglia per la paura di incontrare i mostri del sonno le risultava lontano quanto quello della nascita di Mahida, la sua sorellina, che ora aveva quattro anni.
L’unica vera paura che aveva di notte era quella di vedere una luce nel cielo, e questo le faceva tenere gli occhi spalancati. Non la raggelava sul posto né le seccava la voce, al contrario di Wahsh al-Nukta. Invece, Naima balzava in piedi come se si fosse sdraiata su un ago e, con lei, scattavano ogni capello e pellicina del suo piccolo corpo, pronta a caricarsi Mahida in braccio.
Il Mostro dello Scherzo era solo un vago ricordo, assieme al letto e ai giochi della sua stanza, ai disegni suoi e di Mahida sulle pareti, a mamma e a papà. Ora c’erano molte altre cose da tenere a mente. Ad esempio, come ci si schiaccia a terra durante una folata di proiettili, come capire quanto correre lontano o dove nascondersi in base al tipo di ringhio della bomba che solca il cielo e come distrarre Mahida quando dall’altra parte della strada hanno depositato un morto.
Di tutto Naima si era dimenticata, perché la contingenza richiedeva ogni sua attenzione. Mahida la richiedeva, che spesso durante le camminate di ritorno dallo spaccio del cibo non le tenevano più le gambe dalla fatica e doveva essere presa in braccio. Ora che Wahsh al-Nukta bussava ancora alla porta delle palpebre, però, il cuore di Naima fece un piccolo saltello.
La bambina aprì uno spiraglio sugli occhi. I rumori della notte condensati in un unico ronzio. Il corpo pesante non le rispondeva, l’aria faticava a scendere giù nei polmoni.
Se avesse urlato avrebbe svegliato Mahida e gli altri. Si sarebbero messi in allarme e avrebbero caricato le pistole. Quando invece si trattava della stupida paura di una ragazzina.
«Wahsh-alta» provò a dire lei, la mascella immobile. «Wahsh-tal-nak… Wash-na…»
A furia di dimenarsi e sforzare arti e bocca, Naima svegliò l’intero corpo col cuore che le riecheggiava nel cranio.
«Wahsh al-Nukta?»
Finalmente riuscì a sussurrarlo. Il sapore di quel nome le scese giù in gola fino al petto con il ricordo del volto di suo papà.
Stupida. Forse se avessi urlato sarebbe venuto a svegliarti. Forse tutto questo è uno stupido scherzo di Wahsh al-Nukta.
Si stropicciò gli occhi e spostò le gambe dalla copertina umida sulla stuoia, quando sentì di aver urtato qualcosa col piede nudo. Naima mise a fuoco nel buio e vide il calcio di un fucile, scostato dalla catasta di armi dell’accampamento. Si voltò dall’altra parte in cerca di Mahida. Lei dormiva beata.
A un tratto, senza avvertire alcun tocco o respiro, la voce del mostro le premette sull’orecchio come un fischio.
«Eccomi, bambina. Sono qui.»
Naima gelò. Non scattò in piedi, non prese in braccio sua sorella. Rimase ferma, proprio come tanti mesi addietro, immobile di fronte alla paura del buio. Eppure, i muscoli non erano più intorpiditi, la sua voce roteava in gola pronta a irrompere nel silenzio della tenda.
Il mostro si profilò nell’oscurità fra i dormienti, sgusciando a quattro zampe. Un’ombra dalla pelle fatta di notte, simile a un gatto nero dal grugno d’orso. Naima sprofondò nei suoi occhi, che erano bracieri brillanti come i fuochi che divoravano gli accampamenti. Wahsh al-Nukta sorrideva, con le fauci tirate all’insù e le punte delle zanne nere sguainate verso di lei.
Naima si fece coraggio. Non era più una bambina. C’erano ben altre cose di cui avere paura.
«Wahsh al-Nukta. Che cosa vuoi?»
Il mostro si stiracchiò come un gatto e fluido schizzò in giro balzando fra le stuoie. Una creatura notturna appena sveglia e pronta per la caccia.
«Sono triste, bambina.»
«A me non sembra.» Naima strisciò all’indietro, il terrore di urtare qualcuno. «Perché proprio tu, Wahsh al-Nukta, dici di essere triste?»
«Perché non possiamo giocare più.»
«Eppure, eccoti. Mi hai raggiunta qui, lontano dai miei giochi, dalla mia stanza e da mio padre. Cosa vuoi da me?»
«Voglio solo ricordarti che esiste un modo più veloce per poter tornare a giocare insieme.»
«E quale sarebbe, Wahsh al-Nukta?»
Il mostro si arrestò e in un battito di cuore fu a un palmo da lei. Naima chiuse gli occhi dal terrore.
«Pensi sia un caso che dopo così tanto tempo tu sia riuscita a dormire? Pensi che se tu non avessi preso quel fucile dal mucchio poco più in là, per metterlo accanto alla tua stuoia, io avrei potuto raggiungerti?»
Naima, invece, credeva che non avrebbe mai più pianto dal giorno in cui Mahida consumò tutte le lacrime per entrambe, quando l’ultimo cadavere scaricato sulla strada fu proprio quello di loro padre. Una semplice riga d’acqua le rigò la guancia. Non era paura, nemmeno tristezza. Naima sapeva che qualcosa di profondamente sbagliato si stava impossessando di lei.
«Solo i mostri generano altri mostri.» Papà sedeva con loro sul divano di fronte alla televisione. Fumo e fuochi facevano da sfondo all’omino del notiziario che contava i morti, numeri su numeri. «Naima, finché saprai riconoscere i veri mostri non correrai mai il rischio di diventare una di loro.»
Una settimana dopo casa crollò e tutti e tre si strinsero con gli altri in una grande tenda con bambini che sanguinavano e madri che urlavano. Papà si rifiutò di prendere un fucile dal mucchio. Dopo pochi giorni, scomparve, preso dai mostri che attraversavano i campi in cerca di ostaggi. A Naima parve la soluzione migliore accettare quel fucile, così i mostri non avrebbero preso né lei né Mahida.
Per un attimo aveva pensato che assieme a Wahsh al-Nukta sarebbe tornato anche suo padre. Ora, però, sotto le braci negli occhi del suo brutto sogno, per la prima volta si chiese quanti di quei fucili avessero quei mostri che presero la vita di suo padre.
Aprì gli occhi. Oltre il telo della tenda il cielo si era illuminato. Naima sapeva che il boato stava per arrivare.
«Wahsh al-Nukta. So io come possiamo tornare a giocare insieme. Fagli uno scherzo. Va’ tu e divora tutte le bombe che lanciano. Così forse la smetteranno e un giorno avrai di nuovo un letto sotto cui nasconderti e io su cui dormire.»
Il gatto-orso la guardò e il suo ghigno divenne beffardo. Allora spalancò le zanne e si proiettò al galoppo fuori dalla tenda, verso il cielo che bruciava.


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