Tempo fa vidi una lezione di Jeffrey Deaver, in cui elencava le sue regole per la creazione di thriller commerciali. Al di là dell’argomento in sé, che potrebbe far storcere il naso agli artisti più dedicati, nei giorni a venire mi sono soffermata parecchio su una di queste regole e, com’è mia consuetudine, ne ho fatto un mio personale caso esistenziale.
Secondo Jeffrey, per essere un buon scrittore che crea personaggi memorabili bisogna osservare costantemente le persone. Diventare voyeur, registrare su un taccuino la vita altrui, i gesti più sensazionali che li caratterizzano, manie e tic, reazioni e discorsi.
Sembra un buon consiglio – un consiglio che ho sentito dire molto spesso da tanta gente, in ogni caso – che spinge ad ampliare l’orizzonte delle proprie conoscenze sulle manifestazioni della vita nel mondo esterno. Questo è il sostrato di quel che mi sono detta interiormente. Un preambolo della sopracitata crisi esistenziale che, se dovessi riportare per iscritto nella maniera più veritiera, più che di una sintassi ordinata e di un filtraggio delle informazioni, sarebbe simile a un martello pneumatico sulla solidità delle mie certezze.
La crisi si è susseguita in parti, dunque è lecito che le descriva in elenco in onore del buon Jeffrey.
- Scontro. Jeffrey Deaver dice che bisogna essere voyeur. Io non osservo poi così tanto la gente, dunque sbaglio.
- Panico. Ciò vuol dire che fino ad ora ho scritto roba irreale e ho creato personaggi sin troppo fittizi nel dentro e nel fuori, che la gente normale non si cagherebbe di striscio.
- Introiezione. Se non osservo la gente sono troppo egoriferita. Oggettivamente sì, è vero, nella sostanza del fatto che, nel mio quotidiano, fatto per la maggiore di segregazione tra casa e scuola, ondeggio tra scalette di proiezione del cervello nel suo affinamento tramite studio e momenti in cui si annoia a morte e, dunque, nei tempi morti di passaggio tra uno stato di segregazione a un altro, viene impegnato con un’altra attività solitaria tra ascolto musicale, di audiolibri o di lettura. Questa visione si è ampliata con un esempio recente: ieri ho trascorso ben cinque ore in un treno – il famoso treno di cui si abusa nei corsi di scrittura, in cui bisognerebbe osservare la gente e inventarsi una storia su di loro – e, risultato dei risultati, non ho guardato in faccia nessuno. Con disperazione, alla fine del viaggio, mi sono chiesta “Perché, perché?!” Poi, con una certa vergogna, mi sono data una risposta: “perché non me ne frega assolutamente un cazzo”.
- Autopsicanalisi. Il passaggio successivo mi vede prima nel caos del “mea culpa mea maxima culpa”, poi di un divagare che cerca di essere spersonalizzato e oggettivo. Mi porta a riflettere e mi induce in un sottostato, che chiamerò in questo elenco “4a” di “Proiezione”, in cui mi osservo nella mia non-segregazione e cerco di chiarirmi come sono nei sofferti momenti in cui cerco di stare in compagnia d’altri. Così, l’insight è avvenuto e ho fermato tra le dita un importante tassello della mia personalità.
La maggior parte del tempo che passo in compagnia altrui mi pongo una domanda ossessiva, anche se mai realmente percepita: “Come vorrebbe (lui/lei) che mi comportassi?”
Ed ecco perché, forse un po’ troppo per sommi capi, preferisco la segregazione. Per carità – parlo agli amici, ai parenti e agli affetti – mi importa molto di voi e con voi mi sento abbastanza a mio agio. Io parlo della dimensione del vivere a contatto con la società generica, quel limbo fisico che bisogna attraversare ogni giorno per lavoro, per fare la spesa, per vivere in modo non troppo da reietto.
La mia domanda, che più che porsi in parole e con la consapevolezza giusta è un liquido che sale di livello tra le mura compresse del mio cervello, reca due vettori contrari: l’istinto di compiacere e quello di ribellarsi al gusto comune. Sono estremamente connessi, si originano e traggono nutrimento l’uno dall’altro. Sono entrambi due atti egoistici, il primo un tentativo di sopravvivenza alle prove iniziatiche sottoposte dai gruppi sociali, il secondo di autoconservazione e di reazione alla paura dell’errore. Ricorrono entrambi nella scaletta degli eventi che ha anticipato questa illuminazione. E qui ritorno a Jeffrey e al voyeurismo del bravo scrittore.
Per un sacco di tempo ho letto scrittori che parlavano di scrittura e rincorso guru autocertificati. Il web ne è pieno, affondano il dito nella piaga sabotando l’autostima della popolazione giovane che scrolla, generando bisogni e proponendo rimedi per colmarli. In questo si risolve l’implosione dei miei due vettori, tra l’ammalarmi per rientrare nella cerchia di un presunto maestro che professa la via corretta e, forse, ottenere qualcosa, e la diffidenza e la segregazione. Posso dire con certezza che entrambi mi sono fondamentali, perché tirando un po’ di qui e tirando un po’ di là, si giunge piano piano alla tanto decantata e utopica via di mezzo. Imparare – in questo caso a scrivere, ma vale per tutte le altre cose – non è qualcosa che qualcuno ti dà. Ti si danno i mezzi, ti si danno gli input, e tutti i guru di questo mondo si possono prendere per mano e farti un girotondo attorno per elevarti con una seduta di indottrinamento cosmico. La vera vittoria del presunto allievo – termine che in ogni caso mi sta profondamente sul cazzo – non è l’estasi nel fare da epicentro a questo terremoto, ma l’estasi della scoperta della propria via personale. La mia vera vittoria non sarà sedermi su un treno sedando tutti gli “‘sti cazzi” che mi sgorgano spontanei dall’ipotalamo – sede ufficiale, a mio modesto parere, degli ‘sti cazzi. Il mio premio, conferitomi da me stessa, è aver visualizzato, compreso, spacchettato i due vettori grazie ad un input fatto di una frase alquanto fatta. E questo mi è ancor più utile nell’ottica di scrivere personaggi reali piuttosto che segnarmi le battute in slang da reddit di due teenager appesi alle maniglie dell’autobus, o tracciare il profilo della signora che tiene a bada il cagnolino esagitato affinché non rompa i timpani a tutti i viaggiatori.


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